Roma, 19 ottobre 2014
Al Festival del Film di Roma, in Sala Sinopoli, il regista tedesco Wim Wenders ha incontrato il pubblico per raccontare il rapporto fra cinema e fotografia, in occasione della proiezione di “The Salt of the Earth” (Il sale della terra), presentato nella sezione Wired Next Cinema e proiettato al Maxxi. La pellicola è un documentario dedicato all’opera del celebre fotografo Sebastião Salgado, realizzata assieme a Juliano Salgado, figlio dell’artista.
Wenders, autore di capolavori come “Il cielo sopra “Paris, Texas” e “The Million Dollar Hotel”, torna a cimentarsi con il documentario e ad immaginare cosa ci sia dietro un creatore di immagini. Lo fece in passato con il regista Nicholas Ray e più recentemente con la grande danzatrice e coreografa Pina Bausch. Wenders, autore di capolavori come “Il cielo sopra “Paris, Texas” e “The Million Dollar Hotel”, torna a cimentarsi con il documentario e ad immaginare cosa ci sia dietro un creatore di immagini. Lo fece in passato con il regista Nicholas Ray e più recentemente con la grande danzatrice e coreografa Pina Bausch. Ispirato dalla potenza lirica della fotografia di Sebastião Salgado, Il sale della terra è un documentario monumentale, che traccia l’itinerario artistico e umano del fotografo brasiliano. Ed ecco così aprirsi davanti ai nostri occhi la vita di Salgado, un ragazzo che ammirava il mondo dalla sua rigogliosa fazenda di famiglia in Brasile per poi decidere, dopo i primi stentati studi di economia, di affrontarlo quel mondo. Con il corpo atletico, due belle scarpe resistenti, una moglie meravigliosa al fianco e una macchina fotografica. Il documentario su Salgado è il documentario su un grande artista che è stato, e rimane, uno di noi. E’ per questo che è bellissimo e perfettamente coerente con gli ideali politici e il modo di porsi di questo artista pienamente umanista e sinceramente interessato al prossimo.
Wim Wenders con l’interprete Olga Fernando.
Limpida l’analisi del ciclo della Serra Pelada, appassionante la parte in cui i coniugi Salgado, insieme, decidono per il grande salto nel buio. Sebastião molla una carriera garantita come economista, si compra un kit fotografico professionale e decide, con il supporto della consorte Lèila, di diventare un fotografo sociale, ovvero un uomo che gira per il mondo immortalando comunità, terre, condizioni sociali, guerre. Sempre cercando di esplorare l’altro e rivelandolo in tutta la sua fiera diversità rispetto al suo punto di vista di fotografo. Geniale. E faticoso. Salgado quando parte per uno dei suoi reportage scompare dalla famiglia (i due figli che da piccoli lo vedranno mai), si mette a camminare, si fa crescere la barba, sta fuori per anni e partorisce capolavori come Un Uncertain Grace (1992), Workers: Archaeology of the Industrial Age (1993), The Other Americas, Migrations. New York, NY (2000), Sahel: The End of the Road (2004) e Africa (2007). In Africa, Salgado fotografa il frutto dei massacri della guerra civile in Ruanda e questo lo distrugge. Troppi orrori, troppa morte, troppi corpi senza vita, umiliazioni, torture, crudeltà, odio. Salgado spesso deve fermarsi per piangere prima di scattare l’ennesima foto di disperazione e degrado umano. Wenders, quasi identificandosi con gli struggimenti interiori del fotografo brasiliano, sembra domandarsi e domandarci: fino a che punto possiamo immortalare il mondo? Il fotografo sociale Salgado muore in Ruanda perché muore la sua fiducia, e la sua speranza, nel genere umano. E’ il momento del documentario in cui si senti di più l’amore e la comprensione di Wenders per questo piccolo grande brasiliano camminatore, osservatore e gentile esploratore del nostro disgraziato e meraviglioso pianeta. Ma per fortuna c’è Lèila. La donna, la compagna, la collega, la moglie, la madre, la motivatrice. Lèila salva Salgado un’altra volta. Quella definitiva. E’ impossibile non commuoversi nel finale. Dall’uomo all’albero, dalla morte alla vita, dal cuore di tenebra di noi esseri umani all’innocenza del mondo animale. Lèila gli consiglia di passare a fotografare la fauna del globo e di innestare nuovi alberi in tutta la sua fazenda di famiglia vittima della siccità e ormai terreno morto rispetto a quella giungla pluviale che Salgado osservava da bambino. Superare la depressione piantando alberi. Alternando la storia personale di Salgado con le riflessioni sul suo mestiere di fotografo, il documentario ha un respiro intimo e cosmico insieme, è una preghiera che dialoga con la carne, la natura e Dio.




