Bologna, 18 marzo 2014
Sabato prossimo avrebbe compiuto novant’anni Ezio Raimondi, italianista, filologo e saggista che si è spento martedì 18 marzo a Bologna. Nato nel 1924 a Lizzano in Belvedere, sull’Appennino bolognese (a pochi chilometri dalla casa di Enzo Biagi), Raimondi ha dedicato una vita alla letteratura italiana e alla filologia dei testi, oltre ad essere un grande appassionato d’arte.
Gli anni della formazione e poi quelli dell’insegnamento universitario, prima a Magistero e poi a Lettere, in dialogo con le correnti più avanzate della critica contemporanea, li ha raccontati lo stesso Raimondi nel suo ultimo volume,
“Le voci dei libri” (Mulino, 2012). Parla dello stretto legame tra scritti che lo avevano formato e amicizie, ricostruendo vari momenti della vita storico-culturale recente attraverso la passione per la lettura. Raimondi, da grande italianista, si è occupato di Dante, Petrarca, Tasso, Manzoni, Serra e Gadda. Ma ha rivolto un particolare interesse anche all’arte, alla storia, alla scienza e, come presidente dell’Istituto dei beni culturali dell’Emilia Romagna, alle tradizioni e alle culture della nostra regione.
Il suo dialogo con i testi antichi procedeva parallelo all’interrogazione di Céline, di Queneau e dei contemporanei, all’ascolto degli storici delle “Annales” o di critici come Bachtin. Non si trattava, per lui, di rendere più vivido il passato, ma di aprire porte per scrutare a fondo nel presente. Con un pensiero costante ai giovani. Una parola chiave del suo metodo critico, sempre provvisorio, era «comprendere». Percorrere i testi con curiosità,
in una relazione stringente con interlocutori reali come gli studenti o gli amici, in un’interrogazione continua al mondo attraverso il testo letterario, con una dialettica serrata tra «il contesto storico, ideologico, culturale e sociale donde è sorto e a cui deve, sempre e comunque, far ritorno», come scrive Davide Monda nella postfazione a un altro degli ultimi libri, “Un teatro delle idee” (Rizzoli, 2011).
Non voleva essere chiamato maestro, ma lo era a tutti gli effetti. Pur essendo forse il più grande studioso di letteratura italiana vivente non ha mai cessato di svolgere un ostinato lavoro pedagogico non solo in seno all’Università di Bologna, dove ha insegnato per decenni, ma anche nelle mille attività con i numerosi allievi.
Intere generazioni hanno imparato a conoscere i grandi autori della letteratura grazie a lui. Tra questi anche Francesco Guccini che con Raimondi studiò alla facoltà di Magistero. In un’intervista, ha confessato: «Il mio rapporto con i libri è fatto anche di assenza, di desideri, di momenti sofferti e di dubbi, un rapporto che mi avvicina a una totalità imperfetta, un atto di amicizia. Anche nella letteratura quel che conta è la nozione di amicizia, perché la letteratura tutela l’integrità dell’uomo, come di un amico che accettiamo così com’è».



